La risposta del Dipartimento dell’ Innovazione e delle Tecnologie a Generazione Attiva sottolinea ancora una volta la doppiezza di quel Giano bifronte della Commissione governativa di accesso ai documenti amministrativi presieduta da Enrico Letta e del ministro Luigi Nicolais.
Giano era preposto alle porte e ai ponti, ma più in generale rappresentava ogni forma di passaggio e mutamento. Forse una traccia più evidente della sua funzione originale rimase nel suo protettorato su tutto ciò che riguardava un inizio ed una fine.

Qui ha inizio e alberga il privilegio di una casta medioevale che con arbitrio assoluto stabilisce chi ha “legittimo interesse” a visionare un documento pubblico e chi no: chi è cittadino di serie A e chi di serie B.

Qui dovrà finire, con un processo che a suo modo è già cominciato.

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Da organismo preposto alla vigilanza sull’attuazione del principio della piena conoscibilità e trasparenza dell’attività della pubblica amministrazione è ormai divenuta solo il connivente ricovero di ogni piccolo pessimo amministratore in cerca di evitare la responsabilità personale a decidere.
La casa di Ciro, il cui padrone è Luigi Nicolais, espone sulla finestra del sito istituzionale la direttiva del ministro “in materia di interscambio dei dati tra le pubbliche amministrazioni e pubblicità dell’attività negoziale” che a pag. 7 declama

Al fine di incrementare il regime di pubblicità e conoscenza dell’azione delle amministrazioni, da parte dei cittadini, delle imprese e degli altri organismi pubblici, si invitano le amministrazioni destinatarie ad ampliare gli atti pubblicati, rendendo conoscibili tutte le negoziazioni relative a servizi, forniture o lavori, il cui importo presunto sia superiore ai 20.000 euro, nonché gli esiti delle medesime procedure. Tutta l’attività finalizzata all’acquisizione di beni, servizi o realizzazione di opere, di importo superiore ai 20.000 euro, deve quindi poter essere consultabile da chiunque.

Ma nella pratica quotidiana la nega.
C’è una verità inconfessabile in quei documenti di Italia.it: la Corte dei Conti dovrà farne luce piena.

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